Probabile che i Dialoghi a un lettore più colto possano ispirare riflessioni significative sul mito e ciò che ci vuole insegnare, ma onestamente a me sono parsi fini a sé stessi, delle elucubrazioni filosofiche su morte, destino, sessualità che a un certo punto risultano pesanti perché eccessivamente criptiche. 

Con un occhio sulla panoramica del lavoro compiuto da Pavese i Dialoghi possono essere anche una fonte interessante, ma tutto si esaurisce qui, perché l’opera in sé lascia poco a un lettore che non abbia l’intenzione di studiare il lavoro dell’autore, bensì desideri una lettura coinvolgente e non eccessivamente enigmatica e di conseguenza pesante. 

L’opera si inserisce nel lavoro di ricerca di Pavese nell’ambito del primordiale e primitivo e dell’attrazione che questi argomenti hanno esercitato su di lui; leggendo queste pagine si percepisce tutta questa sfera. L’aspetto più interessante dei Dialoghi è il fatto che siano una fonte per sondare lo stato d’animo di Pavese nell’ultimo suo periodo di vita, anche se il suo testamento letterario rimane La luna e i falò, l’ultimo libro scritto dall’autore, dal quale emerge tutto il suo disagio esistenziale e il dramma della sua vita. Non a caso, il 27 agosto 1950, su una copia dei Dialoghi, Pavese lascia il suo ultimo messaggio prima di suicidarsi in una camera d’albergo a Torino: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Nel libro era anche inserito un foglietto con riportata una citazione proprio dei Dialoghi: “L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo di immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”. Queste parole che alludono palesemente alla morte e a ciò che l’uomo lascia sulla Terra sono pronunciate da Circe nei confronti di Leucò nel dialogo Le streghe. Le due ninfe parlano di Odisseo, come solo due donne sanno fare quando hanno voglia di confidenze e di pettegolezzi. Odisseo, che sembra essere l’alter ego di Pavese, viene definito da Circe “né animale, né dio, un uomo solo, estremamente intelligente, e bravo davanti al destino”. Questa definizione ci parla di un uomo solo che non ha saputo definirsi in modo netto, intelligente e quindi conscio di ciò che è il destino, altro concetto cruciale sul quale più volte si esprime Pavese nei Dialoghi. Il destino per Pavese accompagna l’essere umano dalla nascita, lo segna, ne è schiavo, e da lui non si può avere scampo, nessuna forma di redenzione è contemplabile per l’autore.  

Ma chi è Leucò? Sarebbe Leucotea, la “dea bianca”, una divinità antica nella quale si può intravedere la figura della scrittrice e psicanalista Bianca Garufi. Anche lei lavorava presso la casa editrice Einaudi a Roma e si interessò del lavoro che Pavese stava svolgendo sul mito, condividendo uno scambio proficuo di idee, arricchite anche dall’interesse che lo scrittore nutriva per la psicanalisi. Pavese si innamorò della Garufi, ma questo amore non era corrisposto, una delle ennesime delusioni amorose a cui andò in contro l’infelice intellettuale.

L’opera non è facile, soprattutto se non si ha una buona conoscenza del mito classico. Dai Dialoghi con Leucò non ci si deve aspettare una lettura piana e immediata in cui il mito viene ripreso, anche in maniera un po’ romantica, per solleticare la nostalgia del lettore appassionato della materia.

Di Giulia

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