Il romanzo L’ora di greco della scrittrice sudcoreana Han Kang sembra che tratti la storia difficile di due insegnanti, ma in realtà loro sono solo il veicolo per riflettere sul linguaggio, tanto che non conosciamo i nomi dei due, i quali non ci vengono presentati e impariamo a conoscerli indirettamente dai loro pensieri, dalle loro azioni e parole. E’ intessuta in tutto il racconto una riflessione filosofica sul linguaggio, che per essere compresa appieno e del tutto apprezzata necessita di qualche strumento di linguistica e filosofia del linguaggio in più rispetto alla media. Ammetto che il libro mi ha fatto sorgere molte domande ingenue del calibro: è possibile pensare, ragionare, agire e comprendere senza conoscere un linguaggio? Se è vero che abbiamo concetti innati, questi dunque sono vivi in noi anche senza la possibilità di nominarli? Il libro risulta intellettualmente stimolante e non nego che questi quesiti abbiano innescato in me non poca curiosità, soprattutto quando l’insegnante di greco (uno dei due protagonisti) spiega che le lingue con il passare del tempo tendono a semplificarsi perdendo di rigidità, accuratezza e complessità. Dunque se le cose stanno così come conciliamo il fatto che il nostro linguaggio oggi si sta impoverendo? E’ ovvio che più vocaboli e complessità linguistica sono racchiuse in un idioma, più possiamo esprimerci con accuratezza e farci comprendere meglio dall’altro. 

La protagonista, donna di cui non sappiamo il nome, ma solo alcuni fatti significativamente tragici della sua vita, è l’esempio che ci fa capire quanto la lingua sia vitale. Improvvisamente, a causa di un trauma, smette di parlare, si rinchiude in sé stessa e rifiuta il linguaggio, che le permetterebbe di entrare in una relazione profonda con gli altri, tanto che perde il lavoro di professoressa, isolandosi così nella sua bolla utile a osservare l’esterno. Per cercare di far vibrare di nuovo le sue corde vocali e pronunciare qualche suono, si iscrive a un corso di greco antico. Con lo studio di questa lingua progenitrice sembra voglia andare alle origini della lingua, nonostante questa sia una lingua indoeuropea e lei parli il coreano, sul quale oggi gli studiosi non concordano sulle origini: sembrerebbe una lingua isolata che pare non appartenga né alle lingue altaiche, né a quelle nipponiche. Allieva e maestro di greco si conoscono man mano durante le lezioni, o meglio, è il professore a nutrire una curiosità per la donna che cerca di interpellare, ma ovviamente senza risultati. I due sono figure complementari, lui è affetto da una malattia ereditaria che gradualmente lo porterà alla cecità, mentre lei è muta, entrambi hanno un vissuto doloroso alle spalle e stanno vivendo una fase di crisi della loro vita. Il dolore che attraversano è molto riservato, entriamo nell’intimità dei personaggi e delle loro storie spostandoci nel tempo (con numerosi flashback) e nello spazio, corriamo dall’adolescenza ai giorni odierni che vivono i protagonisti e spaziamo dall’Europa alla Corea del Sud, così che fabula e intreccio non coincidono. Questo avanti e indietro, sommato al fatto che dobbiamo, un passo alla volta, ricostruire le biografie dei protagonisti, fa sì che anche noi lettori all’inizio viviamo un momento di smarrimento, che ci avvicina a quello dei due personaggi di cui stiamo leggendo.

Il romanzo conta poche pagine (circa 160) dense di drammaticità,  le storie dei due protagonisti sono molto profonde e tragiche, ma possiamo intravedere nella loro relazione un barlume di speranza per entrambi.  I due personaggi pian piano si materializzano davanti ai nostri occhi e nella prima parte la lettura scorre velocemente perché siamo spronati dalla voglia di scoprire le vite e le motivazioni di questi, ma una volta arrivati a nutrire tali curiosità ci si ritrova un po’ appesantiti dal protrarsi del patetismo delle vicende. Sicuramente ho trovato molto più interessante, piuttosto che le storie personali dei due professori, tutto ciò che nella trama ruota attorno alla riflessione linguistica, al pensiero degli antichi greci e ai riferimenti alla lingua coreana. Inoltre la capacità della scrittrice di mescolare la prosa ad alcuni passi in poesia (Han Kang infatti è anche poetessa), l’uso di tecniche narrative come il monologo interiore a forma di epistolario, nonché l’uso di diverse focalizzazioni scelte in base al soggetto della narrazione, rendono l’opera molto interessante da un punto di vista tecnico. Sono particolarmente attratta dallo sperimentalismo e dalla ricerca di nuove forme per presentare i contenuti di un romanzo, Han Kang in questo libro non si risparmia, ricordandomi in parte lo stesso sperimentalismo di un libro di Hernan Diaz letto qualche anno fa: Trust. 

Non posso dire di aver finito il libro entusiasta, ma nemmeno completamente delusa. Probabilmente le mie aspettative sul premio Nobel per la letteratura 2024 (ovvero la stessa Han Kang) erano molto alte e ciò ha influito sul mio giudizio. Dico un’ovvietà affermando che quest’opera letta in lingua originale può dare molto di più (d’altronde come tutte quelle tradotte), soprattutto nelle parti in poesia e anche per il fatto che la riflessione del libro verte proprio sul linguaggio. Non mi precluderò altre letture dell’autrice, a patto però che siano meno intrise di patetismo tragico.

Di Giulia

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