Il romanzo Seta, dell’autore torinese contemporaneo Alessandro Baricco (classe 1958), è una delle sue opere più conosciute e che ha dunque avuto più successo, tanto quanto un’altra sua opera, Novecento, da cui è stato tratto il film La leggenda del pianista sull’oceano (1998) di Giuseppe Tornatore.

La storia inizia nel 1861 in Francia, quando il protagonista Hervé Joncour è un giovane trentaduenne commerciante di bachi da seta. La sua vita è scandita da un ritmo quasi rituale: lavora da gennaio alla prima settimana di aprile per poi vendere i bachi nelle due settimane successive, trascorrendo il resto dell’anno a godersi i frutti della sua redditizia attività. Questo ciclo ripetitivo riflette una monotonia esistenziale che caratterizza la vita del protagonista, un uomo che, pur avendo avviato la sua carriera come sottotenente di fanteria, la abbandona, esortato da uno sconosciuto carismatico, per dedicarsi al commercio della pregiata fibra tessile. Insomma, un bel cambio di rotta per Hervè, che da uomo d’esercito ligio al dovere e inquadrato in una rigida gerarchia militare, passa a trasformarsi in raffinato e ricco sericoltore e commerciante. 

Sono proprio la raffinatezza e la preziosità a caratterizzare le pagine di questo libro che narra una storia sfumata, malinconica, fatta di assenze e distanze, di parole non dette e atti mancati. Questa atmosfera che pervade il racconto nasce dall’attrazione per ciò che è remoto, infatti il nostro Hervé si ritrova a viaggiare verso l’Oriente, un luogo che nell’Ottocento desterà un profondo fascino nella borghesia francese, che a partire dal 1853, anno in cui iniziò l’apertura del Giappone al mercato estero dopo i secoli di autarchia iniziata nel 1641, avrà modo di entrare in contatto con l’oggettistica nipponica, tra cui le stampe, apprezzate anche dagli artisti impressionisti e da cui trarranno ispirazione. Baricco ci presenta un Giappone avvolto da duecento anni di isolamento, un luogo misterioso e affascinante, una terra di contrabbandieri tra i quali conosciamo Hara Kei, un uomo taciturno, che non si scompone davanti allo straniero, al quale mostra generosità, ma anche le crudeli conseguenze di un comportamento oltraggioso. 

I viaggi in Giappone rappresentano per il protagonista una fuga dalla sua vita piatta, introducono un elemento di novità e di scoperta, ma anche di profonda malinconia per Hervé che dopo un incontro ambiguo e misterioso comincerà a soffrire di uno “strano dolore”, quello che ti fa “morire di nostalgia” per qualcosa che non si vivrà mai. 

Una particolarità di questo romanzo è lo stile sintetico, i capitoli sono brevissimi e racchiudono ognuno una scena, un concetto. In sporadici passaggi, sembra che l’autore scivoli verso la poesia, dando vita a dei piccoli versi tra le righe della prosa, creando un contrasto tra la realtà quotidiana di Hervé e la magia dei luoghi che visita. La scelta di uno stile formulare, con ripetizioni e frasi ricorrenti, contribuisce a creare una sensazione di ritualità. Ogni percorso di viaggio che Hervé intraprende è descritto con le stesse parole, quasi a sottolineare la ciclicità della sua esistenza. Tuttavia, queste ripetizioni non sono solo un riflesso della monotonia, ma anche un modo per enfatizzare l’alone di mistero che avvolge il racconto. Le ellissi presenti nel testo lasciano molte domande senza risposta, invitando il lettore a riflettere su ciò che non viene detto.

Seta è un’opera che esplora condizioni esistenziali e sentimenti quali: la malinconia, il ricordo, il desiderio nascosto, l’impossibilità e non ultimo l’amore; in cui il tema del viaggio diventa un simbolo di ricerca e scoperta personale. Dunque se avete voglia di sondare un universo sensuale, nostalgico e intrigante questo centinaio di pagine è perfetto per condurvici, magari proprio mentre accoccolati sul vostro divano bevete una tazza di tè matcha bollente, avvolti in una iridescente sciarpa di Seta.

Di Giulia

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